Gli ideali dietro l’accetta di Ryan
Nella narrazione abbracciata dai grandi giornali liberal, Paul Ryan è un ometto stilizzato con un’accetta in mano, una specie di isotype di Otto Neurath che descrive in termini ultrasemplificati la foga conservatrice per il taglio di spesa pubblica e tasse. La vulgata suggerisce che Ryan è un tecnico che si nutre di grafici e tabelle, un capo dell’ufficio budget che si muove secondo una logica da pallottoliere che non necessita del sostegno di una prospettiva ideale. Leggi Grande politica in america di Giuliano Ferrara - Leggi Quel gran fico antifiscale di Stephen Hayes
13 AGO 20

Nella narrazione abbracciata dai grandi giornali liberal, Paul Ryan è un ometto stilizzato con un’accetta in mano, una specie di isotype di Otto Neurath che descrive in termini ultrasemplificati la foga conservatrice per il taglio di spesa pubblica e tasse. La vulgata suggerisce che Ryan è un tecnico che si nutre di grafici e tabelle, un capo dell’ufficio budget che si muove secondo una logica da pallottoliere che non necessita del sostegno di una prospettiva ideale. Per la parte più estrema della sinistra americana, il realismo di Ryan, opportunamente depurato dall’ortodossia di partito, è qualcosa di simile a una virtù, tanto che il direttore di Slate, collettore di idee liberal, ha concesso, appena prima di passare al paragrafo in cui lo sbrana, che il candidato vicepresidente non è “un ideologo senza cuore”.
Da quando Mitt Romney lo ha introdotto nel ticket presidenziale, gli osservatori, dal Washington Post al quotidiano Politico passando per il New York Times, sono andati a studiare i suoi voti alla Camera dal 1999 a oggi, traendone un’immagine perfettamente conforme a quella che avevano abbracciato dall’ascesa di Ryan ai piani alti del Partito repubblicano: il candidato vicepresidente è un tecnico senza idee, uomo di mannaia economica, dunque è disposto a cedere al mercimonio politico con una certa facilità. I giornali di area democratica confezionano analisi per spiegare – soprattutto alla base che idolatra il Ryan adepto di Ayn Rand – che ha votato in favore dei progetti più improduttivi e statalisti della storia recente, primo fra tutti il “bridge to nowhere” in Alaska; ha votato, ricordano gli osservatori, per il bailout delle banche da 700 miliardi di dollari, per l’estensione del Medicare, ha dato il suo voto per il salvataggio di Detroit mentre Romney, ora suo aio elettorale, invitava a lasciare che l’industria dell’auto fallisse.
I racconti più maliziosi servono per operare una reductio del ruolo di Ryan a semplice lampreda dello squalo Romney, candidato-businessman tacciato di inconsistenza quando si tratta di esporre uno sfondo ideale dietro al primo piano del cabotaggio manageriale. Ma Ryan non è soltanto un problem solver opportunista, e il concetto è ben illustrato dall’entusiasmo, non d’occasione, di Bill Kristol, direttore del Weekly Standard e intellettuale che rappresenta una fetta del conservatorismo che sugli ideali non è disposta a retrocedere di un passo. Il pensiero di Ryan è cosparso di riferimenti ideali, l’eccezionalismo americano è il motore della sua iniziativa pro crescita e difficilmente il suo votare può essere racchiuso in un mero trasformismo da eccesso di tecnica. Lo scorso anno Ryan ha pronunciato un discorso di politica estera nel quale ha tratteggiato con chiarezza tacitiana la sua visione del mondo: l’America, ha detto, è costruita su un’idea universale, dunque “le sue fondamenta non sono nostre, ma appartengono a tutti gli uomini”. Ha spiegato che l’America non può cedere il suo potere globale come ha fatto l’Inghilterra negli anni Quaranta, perché “le potenze a cui lasceremmo oggi l’eredità americana non condividono i valori universali che dovrebbero essere alla base del sistema internazionale” e ha detto che la competizione con la Cina non è soltanto uno scontro di opposte artiglierie economiche ma una sfida sulla concezione stessa del potere. Più volte s’è scagliato contro il “relativismo etico” che domina tutti i settori della società. Sul libero mercato come sulla situazione internazionale, Ryan trae l’interpretazione degli eventi da un pugno di valori universali, è un idealista che per mestiere convoglia giudizi in numeri e tabelle, uno da scontro di società e civiltà, non un tecnico nel ticket di un manager.
I racconti più maliziosi servono per operare una reductio del ruolo di Ryan a semplice lampreda dello squalo Romney, candidato-businessman tacciato di inconsistenza quando si tratta di esporre uno sfondo ideale dietro al primo piano del cabotaggio manageriale. Ma Ryan non è soltanto un problem solver opportunista, e il concetto è ben illustrato dall’entusiasmo, non d’occasione, di Bill Kristol, direttore del Weekly Standard e intellettuale che rappresenta una fetta del conservatorismo che sugli ideali non è disposta a retrocedere di un passo. Il pensiero di Ryan è cosparso di riferimenti ideali, l’eccezionalismo americano è il motore della sua iniziativa pro crescita e difficilmente il suo votare può essere racchiuso in un mero trasformismo da eccesso di tecnica. Lo scorso anno Ryan ha pronunciato un discorso di politica estera nel quale ha tratteggiato con chiarezza tacitiana la sua visione del mondo: l’America, ha detto, è costruita su un’idea universale, dunque “le sue fondamenta non sono nostre, ma appartengono a tutti gli uomini”. Ha spiegato che l’America non può cedere il suo potere globale come ha fatto l’Inghilterra negli anni Quaranta, perché “le potenze a cui lasceremmo oggi l’eredità americana non condividono i valori universali che dovrebbero essere alla base del sistema internazionale” e ha detto che la competizione con la Cina non è soltanto uno scontro di opposte artiglierie economiche ma una sfida sulla concezione stessa del potere. Più volte s’è scagliato contro il “relativismo etico” che domina tutti i settori della società. Sul libero mercato come sulla situazione internazionale, Ryan trae l’interpretazione degli eventi da un pugno di valori universali, è un idealista che per mestiere convoglia giudizi in numeri e tabelle, uno da scontro di società e civiltà, non un tecnico nel ticket di un manager.
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